Scuole di sci penalizzate da una Provincia che nega l’evidenza?

Il futuro di Trentino che io sogno è quello di un Trentino che marcia a testa alta, fiero delle proprie particolarità, delle proprie eccellenze, confrontandosi col mondo dei grandi numeri senza per questo dipendere da questo. Sono convinto che siano i risultati qualitativi, i fatturati non solo economici ma anche di coesistenza socio-ambientale a scrivere le regole del mercato, mai dimenticandosi della necessità di non abbandonare il quadro etico del nostro intervento. Eticità che spesso si sposa con equità e dignità. Equità di prospettiva e dignità nel rispetto di ogni soggetto.

Ciò vale per il comparto dello sci, come per quello dell’industria, della cultura, dell’agricoltura, di ogni ambito presente nel circuito sociopolitico che ci circonda. Equità significa garantire non un risultato uguale per tutti, ma pari opportunità per tutti; dignità vuol invece assicurare corretto sviluppo ed evoluzione di un proprio diritto naturale.

La discriminante messa in campo dalla Provincia per l’esercizio dell’attività da parte dei maestri di sci nella forma (più nobile) di Scuola di Sci, anziché di Associazione riguarda criteri di tipo formale-quantitativo e non sostanziale-qualitativo. La PAT non richiede infatti il requisito del “bene operare”, ma quello del numero minimo di operatori, del numero di giornate lavorative da dedicare, se necessario, all’attività in questione ed altro. Il criterio del merito è quello che, di contro, dovrebbe a mio parere informare l’obbiettivo finale di un terminale normativo.

In Italia è consuetudine ritenere che il buon legislatore sia quello che norma in quantità e pone mille paletti, creando un caos normativo che non va né a favore della qualità, né a quello della certezza del diritto: le grandi democrazie puntano invece su poche norme, chiare e cogenti. Non è quindi equo complicare la rete normativa laddove questa va ad ingarbugliare ed a impaludare un sistema che funziona. Perché in questo caso ognuno potrebbe allora offrire di questo comportamento una lettura la più disparata.

Nel caso delle scuole dei maestri di sci e degli adempimenti loro richiesti, la Provincia impone in via interpretativa ai 18 maestri (che ogni scuola, per essere tale, deve avere alle proprie dipendenze), 60 giornate lavorative stagionali “quali obiettivo” della norma, benché l’obiettivo della norma sia chiaramente un altro. E più precisamente lo scopo non è quello di produrre enormi volumi di attività lavorata (criterio quantitativo: 60 giornate x 18 maestri = 1080 giornate stagionali minime), ma quello di garantire la continuità dei servizi.

L’art. 31, c. 1, DPP n. 3-83 Leg. stabilisce infatti che i maestri si assumono l’impegno di svolgere sessanta giornate lavorative per stagione: “Al fine di garantire la necessaria continuità nel funzionamento dei servizi turistici…”.

La PAT interpreta la disciplina di riferimento non nel senso, appunto, che questo impegno a svolgere 60 giornate lavorative serve a garantire il funzionamento dei servizi (dunque queste 60 giornate possono anche non essere svolte, se non è necessario), ma nel senso che tutti i maestri debbono comunque lavorare per sessanta giornate e cioè non per garantire la continuità dei servizi, ma a prescindere. Il che, oltre ad essere ben poco sensato tout court, diventa incomprensibile ove si pensi che possono venire a mancare persino i presupposti fattuali per svolgere tutta questa attività: ad es. per mancanza di neve, calo dei numeri delle presenze turistiche, ecc…

In occasione di una stagione negativa, impiegando il criterio quantitativo, diverrebbe inevitabilmente aleatorio conservare il titolo di scuola di sci, o perderlo. Non è ad es. difficile, infatti, che una scuola di maggiori dimensioni, con più mezzi economici, ma con una minor qualità complessiva, potendo fare più pubblicità ed avendo un maggior numero di maestri riesca a intercettare più capillarmente i potenziali clienti e sopravviva e che una scuola di minori dimensioni e con minori mezzi, ma caratterizzata da una maggiore qualità, soccomba.

Insomma, il criterio quantitativo avvantaggia le grosse realtà, ma non necessariamente la qualità. Non posso dunque non chiedermi se abbia senso una simile interpretazione massimalista del lavoro da svolgersi. E qui mi riaggancio al concetto espresso prima di dignità.

Se l’interpretazione della materia in discussione, e la materia stessa in quanto tale, sono da rivalutare, a prescindere dal carico di incidenza su un numero più o meno esiguo di attori, perché così afferma anche l’Assessore di competenza, il quale, riferisce in aula “Non si esclude in un futuro anche prossimo di voler prendere in considerazione questo problema che effettivamente è sentito”, allora penso che sia dignitoso farlo. E ammettere uno sbaglio anche minimo è sicuramente onorevole, non così invece fingerne l’inesistenza.

Concludo questo preambolo, sottolineando che dagli elementi disponibili, mi risulta anche che ad alcune scuole si consente di lavorare in deroga, svolgendo un numero di giornate inferiore alle 60 per maestro.

Premesso quanto sopra si interroga il Presidente della Giunta provinciale per sapere:

  1. è compatibile con l’ordinamento comunitario e con il principio della libera concorrenza l’aver fissato un requisito così elevato in termini numerici con riguardo ai maestri di sci (18 maestri) che devono concorrere a formare una scuola e che debbono lavorare almeno per 60 giornate a stagione, o piuttosto, date le dimensioni, i numeri dello sci trentino ed i rischi connessi all’attività (ad es. mancanza di neve), questo sistema di controlli e di esclusioni basati sulle quantità, e con ciò automaticamente mirati alla esclusione delle realtà medio-piccole, diventa un ostacolo alla libertà di concorrenza?
  2. Soprattutto in dati contesti, questo numero così elevato di giornate lavorative non diventa ancora più critico, sino costituire strumento diretto di eliminazione delle scuole più piccole, che lavorano in una zona dove non si concedono deroghe e si trovano fianco a fianco con le maxi scuole?
  3. A quanto ammonta il numero di ore di una giornata lavorativa utile ai presenti fini?
  4. Non ritiene, la PAT, quando chiede alle scuole di indicare il numero di giornate lavorative svolte, nel relativo modulo, di dover indicare anche, appunto, quante ore quotidiane si debbano svolgere e quale tipo di attività (ad es. le attività di ufficio?) possano essere ritenute utili, nonché in base a quale norma o complesso di norme giuridiche, o contrattuali, ecc., si fondino queste valutazioni?
  5. In quali casi ed in quale modo è stata verificata, per le scuole che è più ragionevole ritenere che fatichino a svolgere una attività così quantitativamente ingente (qui interessa solo la quantità) come quelle pretesa dalla PAT, la corrispondenza di quanto dichiarato dalle scuole di sci con atto notorio e le giornate effettivamente lavorate sul campo?
  6. Quali e quante sono, nominativamente, le scuole che hanno ottenuto la deroga allo svolgimento delle 1080 ore lavorative suddette?
  7. Qual è il fondamento normativo (chiedo l’indicazione della norma applicabile, non la motivazione caso per caso) che giustifica detta deroga?

A norma di regolamento, si chiede risposta scritta.

Cons. Claudio Cia

Esito dell'iniziativa

 

Interrogazione a risposta scritta presentata il 18 maggio 2017, in attesa di risposta. L’iter sul sito del Consiglio provinciale: interrogazione n. 4516/XV

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