Bilancio provinciale, intervento di Claudio Cia: “Misure importanti per ridurre il contraccolpo e favorire la ripresa dalla pandemia mondiale”.

Prima di entrare nel merito della discussione di questa manovra finanziaria, vorrei – mio malgrado – rispondere a chi, ieri, nel suo intervento ha usato toni e linguaggio dispregiativi verso i così detti “cespugli”. A questa persona ricordo – non è la prima volta – che nelle sacre scritture i cespugli godono di una grandissima considerazione, sono addirittura il luogo privilegiato della manifestazione di Dio. Questo per dire che ognuno ha un suo ruolo e una sua importanza, anche se piccolo, e la inviterei a non sottovalutare le cose piccole perché il virus che tiene sotto scacco il mondo è molto piccolo, ma anche molto pericoloso.

Passando quindi alla manovra finanziaria, negli scorsi giorni ho sentito e letto di:

  • di 100 milioni di euro in più sulla sanità,
  • di tre Fondi di investimento per recuperare risorse esterne,
  • di risorse arretrate dallo Stato;
  • di acquisizione delle quote di Mediocredito.

Obiettivi virtuosi quelli indicati dal Presidente della Provincia con questo bilancio – specie se si considera lo stato di crisi in cui ci troviamo oggi – che nel rivedere il sistema trentino alla luce dell’emergenza vuole definire uno sviluppo sociale ed economico che sappia cogliere i cambiamenti in atto per una ripresa economica del nostro Trentino

Contestualmente è necessario sostenere la Finanza provinciale ed è quello che la Giunta mi pare abbia messo in atto. Tutto questo considerando una rilevante diminuzione delle entrate fiscali dovuta ad un meno 10,2 % del Pil nel 2020 che comporta minori disponibilità per le casse provinciali di ben 350 milioni di euro, risorse, la cui mancanza condiziona la capacità di garantire servizi alla persona: scuola, trasporti, sanità, assistenza sul territorio, lavori pubblici, sostegno alle attività produttive e culturali in difficoltà … ecc

Per il 2021 le risorse complessive disponibili ammontano a 4 miliardi e 408,8 milioni di euro, 500 milioni in meno rispetto al precedente bilancio. Ripeto per chi non lo avesse sentito, abbiamo 500 milioni in meno rispetto alle risorse disponibili dell’anno 2020. Per il 2022 prevedo anche peggio, ancor meno risorse, ma spero e sarei felice di essere smentito.

Al di là dei numeri che questa manovra presenta, per dare una corretta lettura ed un’interpretazione a questi dati, dobbiamo onestamente tenere in considerazioni due eventi fondamentali verificatisi nel 2020. Seppur sotto gli occhi di tutti, li voglio qui rimarcare.

Il primo evento è la pandemia che ha colpito con un impatto devastante tutto il mondo e non ha quindi risparmiato il nostro territorio, né in termini sanitari né in termini economici. Ne sono dimostrazione le cifre impressionanti dei malati colpiti dal Covid-19 e l’alto numero di vittime fin qui rilevato. Siamo nel mezzo di una guerra contro un nemico subdolo e invisibile, che stiamo imparando a conoscere, ma che ci ha costretti all’isolamento fisico e psichico. La distanza forzata ha coinvolto i nostri affetti più cari e le nostre relazioni “normali”, elevando il peso della solitudine in particolar modo per gli anziani. Un peso che ha investito anche il Governo della nostra Provincia catapultato improvvisamente in uno scenario drammatico che cambia ogni giorno. Proprio in virtù di questo contesto in continua evoluzione non è possibile paragonare in senso stretto, questo bilancio a quello degli anni precedenti. Tutto è cambiato e il futuro economico del nostro territorio dipenderà molto da quanto succederà nei prossimi mesi a partire da adesso. Ciò che invece sembra non cambiare mai, è lo spirito polemico di certe persone che da mesi sembrano godere nell’alimentare sospetti: secondo questi, la Giunta impiegherebbe le proprie energie per nascondere la verità sui dati dell’emergenza sanitaria. Lasciatemelo dire: sono degli irresponsabili, sono più dannosi del virus, vivono alimentando sospetto, incertezza e allarme, vogliono farci credere di essere solo loro i guardiani e custodi della nostra salute.

Il secondo evento, invece, è legato ai danni economici che la pandemia ha fin qui provocato. La presente legge finanziaria risente di un Pil in calo per il 2020: rispetto al 2019, ci sono minori gettiti per 350 milioni di euro. Ecco che allora dobbiamo tener conto di quanto la Provincia ha già messo in campo nel 2020 – con leggi ad hoc e con l’assestamento di luglio – per contrastare un’emergenza sanitaria ed economica senza confronto per la nostra gente trentina.

Per garantire liquidità alle imprese la Provincia ha stilato un Protocollo con le banche che operano sul territorio e con i Confidi locali, interessando ad oggi oltre 5.000 operatori economici del territorio con un valore delle operazioni di circa 412 milioni.

E’ stata pure approvata la legge “Riparti Trentino” (con interventi per mettere risorse nel sistema provinciale con 150 milioni di euro comprendente il fondo perduto da 90 milioni), che ha messo in campo una serie piuttosto corposa di iniziative di sostegno sotto forma di contributi a fondo perduto, bonus e altre misure ad imprese, professionisti, dipendenti e famiglie. Con l’assestamento di bilancio, grazie all’accordo con il Governo per coprire le minori entrate, ovvero minori gettiti per 350 milioni di euro si sono introdotte delle misure che hanno assicurato ulteriori risorse per la copertura dei fabbisogni ordinari nei diversi settori: riapertura in sicurezza delle scuole di ogni ordine e grado, garanzia dei servizi connessi all’emergenza COVID 19, sostegno all’economia con misure che incidono anche sul lavoro e sulla capacità di spesa delle famiglie oltre a permettere il finanziamento di nuovi investimenti in particolare a beneficio dei Comuni e per le opere funzionali alle Olimpiadi del 2026.

Sono state poi introdotte misure urgenti per sostenere famiglie, lavoratori e settori economici (L.p. N.2/2020). Si è posticipata a dicembre la prima rata IMIS: disponibilità monetaria immediata per famiglie ed imprese di 90 milioni di euro, si sono semplificate le procedure per la concessione e la liquidazione dei contributi provinciali. Per quanto riguarda i contratti pubblici, si è modificato l’assetto normativo per accelerare le procedure di affidamento dei contratti valorizzando i criteri di territorialità nella scelta dei contraenti.

Premesso tutto questo, tornando alla legge in discussione, il Presidente nel suo intervento in Commissione ha tenuto a ricordare che vi sono anche dei sospesi con il Governo su alcune questioni: un accumulo su aspetti fiscali di arretrati sui giochi, sui combustibili e sul Tar. Si tratta di circa 350 milioni di euro, in ottica decennale, che spetterebbero alla nostra Provincia e che speriamo ci vengano riconosciuti materialmente. E’ disonesto non riconoscere lo sforzo dell’esecutivo per costruire una prospettiva di medio periodo, mobilitando risorse aggiuntive esterne, oltre all’avanzo di amministrazione.

Positiva la creazione dei cosiddetti Fondi di investimento (Fondo crescita, Fondo immobiliare, Fondo alberghi), che dovrebbero mettere in circolo risorse esterne dei privati per circa 200 milioni. A queste risorse si sommerebbero poi quelle del Recovery Fund, per le quali la Giunta ha già inviato al Governo di Roma un nutrito elenco di opere e progetti (una trentina) da realizzarsi con quanto verrà assegnato al nostro territorio, anche se ancora non si conoscono l’ammontare delle risorse assegnate e i meccanismi che verranno adottati per la ripartizione delle stesse risorse. Ora non ci resta che attendere, siamo fiduciosi, ma stiamo a vedere quanto verrà riconosciuto realmente al Trentino e quello che realisticamente riusciremo a fare.

Per quanto riguarda il comparto sanitario, credo che ciò vada sottolineato, in questa manovra ci sono 100 milioni di euro in più da spendere sul comparto sanitario.

E’ un dato interessante, non scontato, perché è in controtendenza con quanto si è fatto fino ad oggi sia a livello nazionale che provinciale considerando l’opera sistematica di definanziamento del Servizio Sanitario negli ultimi 10 anni. Non scordiamoci i 37 miliardi di euro totali di finanziamenti promessi negli anni rispetto al fabbisogno per i servizi sanitari e mai elargiti dagli ultimi 5 governi. I 37 miliardi di euro erano necessari per la tenuta del sistema sanitario nazionale, ma sono stati cancellati:

  • con il governo Monti sono stati tagliati 8 miliardi di euro;
  • con il governo Letta, sono stati tagliati 8 miliardi e 400 milioni di euro;
  • con il governo Renzi, sono stati tagliati 16 miliardi e 600 milioni di euro;
  • con il governo Gentiloni, sono stati tagliati 3 miliardi e 100 milioni di euro;

Anche il governo Conte non è voluto mancare dalla corsa ai saldi di fine stagione, tagliando anche lui 600 milioni di euro alla sanità. Tagli contrari al buon senso e al fabbisogno reale se si considera che, nel frattempo, sono aumentati di numero i cittadini Italiani, l’età media, la complessità e la cronicizzazione delle malattie. Va poi considerato il contesto sociale in cui viviamo oggi, frutto di un pensiero ideologico che negli anni ha demolito il ruolo della famiglia, percepita come un valore superato, resa così incapace di assumersi compiti di sostegno ai bisogni assistenziali dei propri cari. Abbiamo reso le persone più sole, ce ne saranno sempre di più, senza una rete famigliare, con relazioni mordi e fuggi, e per questo gravano, e graveranno sempre più, sull’ente pubblico per avere risposte ai loro bisogni assistenziali, ma anche umani. E questo a fronte di minori risorse per il welfare sociale.

Tagli che oggi si fanno sentire e che hanno comportato:

  • la riduzione costante degli istituti di cura pubblici e privati accreditati; negli ultimi 10 anni, il numero degli istituti di cura è drammaticamente diminuito di circa 200 unità, ma il trend di decrescita era già in corso nel 2007, prima della crisi economica e dell’austerity impostaci dall’Unione Europea;
  • la diminuzione dei posti letto di terapia intensiva (a febbraio 2020 erano solo 5.179, dimostratisi insufficienti al nostro sistema ospedaliero a prescindere dall’emergenza Covid)
  • il crollo negli ultimi decenni anche del numero di posti letto per malati acuti; si pensi che nel 1998 erano circa 311 mila, nel 2007 erano calati di quasi 90 mila unità, arrivando a circa 225 mila; nel 2017, ultimo dato disponibile, erano arrivati a circa 191 mila. Siamo cioè passati da 5,8 posti letto ogni mille abitanti del 1998, a 4,3 posti letto ogni mille abitanti nel 2007 e a 3,6 posti letto ogni mille abitanti nel 2017. Oggi siamo sotto la media di Paesi come la Serbia, la Slovacchia, la Slovenia, la Bulgaria e la Grecia;
  • il calo del numero degli addetti sanitari tra medici e infermieri, soprattutto nel pubblico; la sanità pubblica nazionale, in meno di 10 anni, ha infatti perso oltre 8.000 medici e più di 13 mila infermieri.

Alla riduzione del numero degli ospedali e al taglio dei posti letto, non è seguito però il potenziamento e la valorizzazione della medicina di prossimità il cui obiettivo avrebbe dovuto essere quello di portare le cure presso il paziente e non viceversa. In questo modo, si potrebbe evitare lo spostamento di quest’ultimo verso strutture pubbliche, private o convenzionate, per ricevere cure e trattamenti che potrebbero essere erogati presso il domicilio o in strutture di prossimità. Questo presuppone però la disponibilità, sul territorio, di strutture e professionalità a supporto delle esigenze medico-socio-assistenziali dei cittadini, con particolare attenzione nei confronti dei malati cronici e dei non autosufficienti. Quindi, si doveva investire da tempo: sugli infermieri di comunità, sui medici di medicina generale, sui pediatri di libera scelta, sugli operatori socio-assistenziali, sugli ambulatori ecc.

I tagli alla sanità ci hanno fatti arrivare impreparati al Covid-19, ma ci avrebbero fatti arrivare impreparati a qualunque emergenza sanitaria perché il sistema sanitario che abbiamo ereditato da queste sforbiciate, arranca nel gestire l’ordinario, figuriamoci lo straordinario. A onor del vero va anche detto, che questi tagli sono stati fatti sì dai governi italiani, ma anche imposti dall’Unione Europea, la stessa che oggi ci sprona ad investire in sanità.

E in Trentino? Qual è la sanità che ha ereditato la Giunta Fugatti? Anche il nostro territorio non ha fatto mancare i suoi tagli:

  • con Rossi sono stati tagliati 100 milioni di euro dal 2013 al 2015 in nome di un efficientamento che non si è mai concretizzato;
  • sono stati cancellati 342 posti letto ospedalieri;
  • declassate e/o chiuse unita operative degli ospedali di valle;
  • ridotte le guardie mediche;
  • peggiorati i tempi di attesa per l’accesso dei pazienti alle prestazioni sanitarie;
  • mortificato il personale sanitario.

E’ evidente quindi che la politica dei tagli degli scorsi anni ha segnato drammaticamente il nostro territorio, anche noi siamo arrivati impreparati al Covid-19. Una cura dimagrante che non aveva fatto i conti con l’imprevisto. Sono tagli, sono ferite, al sistema sanitario provinciale che peseranno a lungo a prescindere da chi governa oggi e da chi governerà in futuro.  C’è quindi bisogno di un cambiamento.

Quindi da parte mia, non posso che riconoscere alla Giunta la bontà della proposta di un cambio di paradigma all’interno della sanità trentina. Scelta contestata dai soliti sindacati a cui non va bene mai niente di quanto fa questa amministrazione, dai politici di sinistra fautori della riforma Zeni-Bordon. Alla critica poteva forse mancare l’ex direttore generale Bordon? No, e cosi è stato.

Di fatto, piaccia o non piaccia, la Giunta sta attuando l’impegno – non di oggi, ma chiaro fin dalla campagna elettorale per le elezioni provinciali del 2018 – di valorizzare maggiormente i territori riconoscendo a questi la stessa dignità del capoluogo. Per questo serve una medicina di prossimità, una medicina territoriale forte, preparata, motivata, organizzata in strutture integrate dove al medico di medicina generale, all’infermiere di comunità sia riconosciuto un ruolo di primo piano, un ruolo da regista e non da comparsa. Non quello di accessorio del sistema sanitario trentino.

I politici della sinistra trentina continuano invece a ripetere frasi ad effetto come “in medicina la qualità aumenta con la casistica”, che gli “ospedalini diffusi” rischiano di offrire ai cittadini delle valli una sanità di serie B, che il modello proposto dalla Giunta provinciale Fugatti è vecchio e che quello attuale “hub-spoke” – su cui invece la sinistra si è fossilizzata (a proposito di cose vecchie) – funziona perché ci sono i riconoscimenti a dimostrarlo. E tra i riconoscimenti si cita l’indagine sulle performance dei sistemi sanitari regionali realizzata dal Centro per la ricerca economica applicata in sanità (Crea sanità) dell’Università Tor Vergata di Roma che – nel 2019 e 2020 – ha posizionato il Trentino al top della classifica. Sapete chi ha fatto parte del comitato scientifico del Progetto per queste due edizioni? L’ex assessore alla sanità trentina e Consigliere provinciale del Partito Democratico Luca Zeni, lo stesso che ha fatto una riforma basata su un unico ospedale ed un unico servizio territoriale che aveva tra gli obiettivi anche quello di risparmiare risorse, ovvero altri tagli. Pare insomma che la sinistra trentina sia esperta nell’antica arte di chi “se la canta e se la suona”. A loro piace arrovellarsi con i massimi sistemi sanitari, giocare con il pallottoliere, esercitare l’arte del taglia e cuci; gongolano con i grafici e si ingozzano di statistiche. Per la riforma Zeni-Bordon non c’era tempo per occuparsi della dignità dei pazienti; era indifferente che uomini è donne fossero costretti a condividere le stesse stanza di degenza e gli stessi servizi igienici… perché questo avveniva e spero non avvenga più.

Come ho prima anticipato, a criticare la nuova linea politica della Giunta Fugatti recentemente è intervenuto, dall’esilio, perfino l’ex Direttore sanitario Bordon ovviamente per difendere la sua visione, la sua riforma, e criticare il nuovo corso per quanto riguarda la sanità trentina.

Molto si potrebbe dire sull’operato e sugli errori della riforma Zeni-Bordon, ma esprimo il mio pensiero prendendo in prestito alcune delle parole del dott. Claudio Buriani, già direttore sanitario dell’APSS, pubblicate in una lettera sul quotidiano l’Adige in risposta allo stesso Bordon: “La capacità di leadership necessaria per un ruolo pubblico di rilievo necessita di coinvolgimento del personale, chiari obiettivi, definiti compiti, lineare direzione di marcia. Senza questi elementi il sistema si ingolfa, si crea demotivazione, confusione, opacità nelle responsabilità: ritengo sia quanto avvenuto in Trentino”. Cosi scrive Buriani. Non posso che condividere. Il dott. Burani afferma inoltre che: “manca nella riforma Zeni-Bordon il principio base di ogni modello organizzativo: la certezza del comando e a seguire della responsabilità; l’assenza di responsabilità, ovverossia la puntuale identificazione di chi risponde del governo di una istituzione”. Ecco, penso non ci sia molto altro da aggiungere.

La Giunta Fugatti sta cercando semplicemente di proporre soluzioni capaci di rispondere in modo puntuale ed equo a favore delle Valli. L’impostazione che vuole dare prevede un modello di rafforzamento della medicina territoriale che potrebbe evitare o quantomeno ridurre la possibilità legata ad una riproposizione in futuro degli attuali problemi. Un importante cambio di rotta, dunque, che porterebbe ad un potenziamento e un maggior coordinamento dei presidi sul territorio, a favore di chi abita nelle valli distante dai centri e che non ha a disposizione tutto ciò di cui ha bisogno e non dispone delle stesse opportunità di chi vive nelle città.

Sempre in campo sanitario, mi preme ricordare poi le misure attuate dalla Giunta provinciale nel 2020 a favore del personale sanitario, ivi compreso il personale infermieristico:

  1. ad agosto la Giunta provinciale ha autorizzato la sottoscrizione definitiva dell’Accordo stralcio per il personale del Comparto sanità, per una spesa totale di circa 26 milioni di euro, di cui 7 milioni quale nuova spesa a regime;
  2. a maggio e ad ottobre, l’esecutivo ha previsto il riconoscimento al personale coinvolto nell’emergenza Covid-19 di un trattamento economico temporaneo per un totale di circa 10 milioni per il personale dell’APSS;
  3. a novembre ha reso disponibili le risorse per la copertura degli oneri di vacanza contrattuale per gli anni 2019 – 2020, per un totale di 4.230.000 euro.

E’ stata anche dimostrata la volontà di stabilizzare a tempo indeterminato il personale infermieristico vincitore del concorso, ovvero 139 professionisti, con l’obiettivo, al contempo, di non sguarnire le Apsp di quegli infermieri idonei o vincitori del concorso medesimo, circa 36 professionisti. Il tutto prevedendo misure temporanee e, in particolare, circoscritte alla fase emergenziale da Covid-19.

In conclusione, alla luce di tutti questi dati – economici e sanitari – quello che preoccupa e lacera il cuore e il pensiero dei cittadini è il timore per il futuro. Un futuro che si prospetta enigmatico per tutti e che la politica deve saper interpretare dimostrando di avere consapevolezza di quali sono le vere necessità dei singoli e delle imprese, impegnandosi ad utilizzare le risorse disponibili per intercettare, con misure tangibili e applicabili in maniera efficiente ed efficace, i fabbisogni reali, in modo da rendere meno impattante la grave crisi economica che inevitabilmente questa pandemia globale ha portato anche in Trentino.

Concentriamoci, dunque, sul fare ciò che oggi è necessario. Considerato quanto inserito in questo bilancio mi sento di poter affermare che questa maggioranza abbia fatto e stia facendo tutto quello che in questo momento storico è concesso.

Cons. Claudio Cia

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