Camere miste in ospedale: quando la centralità della persona si riduce a slogan…

Nei documenti riguardanti le politiche per la salute e l’organizzazione dei servizi sanitari troviamo frequentemente espresso il concetto di centralità della persona o di centralità del cittadino. Pare opportuno rilevare che, se al cittadino non si riconosce anzitutto lo status di persona, si finisce con l’operare una riduzione per la quale il soggetto è riconosciuto e tutelato non in se stesso, ma in quanto inserito in un determinato contesto istituzionale, sociale, economico, culturale. Al di là di questa precisazione, la questione che qui viene posta vuole sottolineare la dignità del paziente sia in quanto persona sia in quanto cittadino.

Il problema che si pone nella pratica dei servizi sanitari è che troppo di frequente i richiami alla centralità della persona, che non può essere ridotta a una prestazione e nemmeno a una patologia, non trovano adeguato riscontro nelle modalità organizzative delle azioni attraverso le quali si articola la presa in carico e la cura dei singoli pazienti. Non sfugge a nessuno che un paziente ricoverato in ospedale viva in modo acuto l’esigenza di vedere rispettata la propria privacy, pur in un contesto popolato da una specifica comunità composta dei diversi operatori che prestano un servizio professionale, degli altri pazienti, dai visitatori. Anche per questo motivo, le progettazioni dei nosocomi si orientano progressivamente verso la riduzione del numero di pazienti che condividono la medesima stanza nei reparti di degenza. Dell’attenzione alla privacy dei singoli pazienti ha tradizionalmente fatto parte – con l’eccezione di unità operative quali la rianimazione o la terapia intensiva – una loro distribuzione che prevedeva stanze maschili e stanze femminili.

Con buona pace dei moderni propugnatori dell’indistinto pluralismo sessuale, che fa parte del corredo essenziale dell’odierno politically correct ed è riferimento ineludibile per chi voglia essere à la page, la stragrande maggioranza delle persone, allorché si trova nello stato di degenza ospedaliera, ritiene maggiormente tutelato il proprio originario senso del pudore se si trova a condividere la stanza con persone del proprio sesso. E ciò soprattutto in relazione a momenti nei quali deve assolvere a bisogni fisiologici, magari nella condizione di allettato che deve essere assistito e non può recarsi in bagno, oppure deve essere oggetto di specifici trattamenti.

Desta, pertanto, un vivo sconcerto apprendere che presso l’Ospedale S. Chiara a Trento è ormai prassi diffusa in numerosi reparti di degenza la collocazione di uomini e donne nella medesima stanza. La tenda posta tra un letto e l’altro, che può essere tirata per creare una separazione visiva, copre peraltro un solo lato ed appare come una misura insufficiente a garantire il livello di riservatezza che molti pazienti richiedono.

Si sono recentemente registrate lamentele di pazienti o di loro familiari, che hanno comunicato il proprio disagio di fronte a una prassi organizzativa che appare non adeguatamente rispettosa della persona e che è tanto più sconveniente trattandosi di persone che si trovano in una condizione di sofferenza e di debolezza, con il carico di fatica, inquietudini e preoccupazioni che tale condizioni reca spesso con sé. Proviamo per esempio a immaginare il disagio di chi si trova in una stanza a 6 letti, nella quale sono presenti 4 uomini e 2 donne. Possiamo affermare che una tale composizione risulta orientata al rispetto della centralità della persona? Pare fondato nutrire molti dubbi al riguardo, anche alla luce di testimonianze da parte di chi si è trovato a vivere tali situazioni. Tutto ciò premesso

IL CONSIGLIO DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO
impegna la Giunta provinciale

a confermare le indicazioni di legge all’APSS, affinché sia stabilito che, ove non sussistano situazioni di grave urgenza e fatta eccezione per l’Unità Operativa di Rianimazione e Terapia intensiva, la distribuzione dei pazienti nei singoli reparti di degenza rispetti la distinzione fra stanze femminili e stanze maschili.

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