Claudio Cia (FdI) replica all’editoriale dell’ex Presidente del Consiglio provinciale Dorigatti.

Egregio Direttore,

l’editoriale di Dorigatti pare essere il triste lamento di chi, recatosi in cantina per sistemare i propri averi, ritrova una vecchia falce spuntata e un martello senza manico, simboli di un vecchio e glorioso (a loro modo) passato abbandonati per rincorrere questioni più ideologiche: ovverosia di come riuscire a cancellare l’identità del popolo italiano, trasformando i cittadini in eunuchi senza sesso, pensieri, storia e libertà. Credo senz’altro che Dorigatti converrà con il sottoscritto nel notare come il triste siparietto andato in onda nel suo Partito per decidere i nuovi capigruppo alla Camera dei Deputati e nel Senato della Repubblica, non sulla base di competenze accertate ma sul genere, piuttosto che l’intestardirsi di alcuni esponenti su temi come la legalizzazione delle droghe leggere, lo ius soli, il voto ai sedicenni oppure il Ddl Zan, abbiano scalfito definitivamente la reputazione di un partito che una volta – all’interno dell’Internazionale Socialista – era definito “Il Grande Partito Comunista”.

Più che un attacco a Fratelli d’Italia, pare quindi che l’ex Presidente del Consiglio provinciale voglia scuotere le coscienze dei propri compagni di partito, occupati più a cercare di mettere il sedere su qualche comoda poltrona della Regione piuttosto che a difendere gli interessi dei lavoratori e delle famiglie come faceva il PCI di Berlinguer. Del resto è da un po’ di anni ormai che il Partito democratico pare aver abbandonato definitivamente questo tema, posto che mentre Dorigatti coraggiosamente sfilava sotto il Palazzo della Regione in mutande per testimoniare lo stato in cui si trovavano i lavoratori a causa delle scelte della politica, proprio il suo partito di riferimento, nonostante la sua mai celata antipatia per Matteo Renzi, aboliva l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori con il Jobs Act lasciando realmente in mutande i cittadini.

Diverte soprattutto, che le accuse di neofascismo mosse nei confronti di Fratelli d’Italia, provengano da ambienti forse ancora più estremi: la destra altoatesina della Südtiroler Freiheit, spesso tacciata di neonazismo, e il Partito democratico che proprio quest’anno (pur essendosi allontanato nel tempo dall’ideologia e dai temi marxisti) ha celebrato i 100 anni del Partito Comunista Italiano. Ci tengo a ricordare a Dorigatti l’importanza dello studio della storia del nostro Trentino. Se vi avesse dedicato più tempo saprebbe infatti da un lato che Benito Mussolini, nel suo periodo passato nella nostra Regione, era un fervente ateo e socialista (quindi più vicino alle sue corde che a quelle del sottoscritto) e dall’altro che – se è vero che la nostra Autonomia è refrattaria nei confronti del fascismo e del nazismo – lo è altrettanto nei confronti del comunismo (e della sua “vocazione centralista ed autoritaria”). Le Carte di Regola e gli Urbari delle nostre valli ci dimostrano infatti già a partire dal Medioevo lo sviluppo delle prime e più antiche forme di libertà aziendale e personale dell’Europa: in queste terre, liberi contadini concessionari delle proprietà della nobiltà divennero capostipiti di auto-gestione, autogoverno o – più semplicemente – Autonomia. Converrà anche Dorigatti dunque che la nostra storia mal si sposa con l’atteggiamento che il Regime comunista di Stalin riservò ai kulaki attraverso la collettivizzazione delle loro terre e il loro sterminio.

Il successo di Fratelli d’Italia, ed in particolare della sua leader Giorgia Meloni (donna che ha conquistato quel posto per le sue competenze, in un ambiente che tradizionalmente è considerato misogino), non è dovuto – come sostiene l’ex Presidente del Consiglio provinciale – a presunte nostalgie fasciste o al parlare alla pancia dei cittadini, quanto piuttosto alla coerenza di chi alle ammucchiate selvagge del “Francia e Spagna basta che se magna” ha preferito rimanere all’opposizione per il bene degli italiani.

Cons. Claudio Cia

Presidente del Gruppo Consiliare di Fratelli d’Italia in Consiglio provinciale

La lettera sul quotidiano “l’Adige” del 15 aprile 2021:

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