Doppia preferenza di genere: la risposta sbagliata a un problema reale.

Il Consiglio regionale discuterà la prossima settimana il disegno di legge che prevede l’introduzione della doppia preferenza di genere nella normativa che disciplina l’elezione dei Sindaci e dei Consigli comunali in provincia di Trento. Qualora il provvedimento fosse approvato, l’elettore il quale intendesse avvalersi della possibilità di esprimere due preferenze sarebbe costretto ad attribuirle a due candidati di sesso diverso, una ad una femmina e una ad un maschio. Nel caso in cui le due preferenze fossero assegnate a due candidati del medesimo sesso, la seconda verrebbe automaticamente annullata.

Si preannuncia un confronto duro fra sostenitori e oppositori di tale soluzione. In questi giorni varie personalità e diverse organizzazioni dell’universo femminile chiedono a gran voce che il Trentino si adegui a quanto già previsto dalla legge nazionale per l’elezione dei Sindaci e dei Consigli dei Comuni con più di 5.000 abitanti. Ciò che non dicono, peraltro, è che la norma nazionale prevedeva, precedentemente, la possibilità di esprimere un’unica preferenza, cosicché la modifica introdotta ha ampliato le possibilità di scelta dell’elettore. Viceversa, la modifica che sarebbe introdotta in Trentino andrebbe a ridurre le possibilità di scelta dell’elettore.

La doppia preferenza di genere, semplicemente, è una risposta sbagliata ad un problema reale. È sbagliata, perché contraddice lo stesso concetto di “pari opportunità”, poiché “opportunità” non significa “garanzia di un certo esito”. Se è plausibile che una disciplina, già esistente, regoli la composizione delle liste, una sua estensione all’orientamento del risultato è espressione di una cultura politica illiberale. Se una legge mi assegna la possibilità di formulare due preferenze, dev’essere garantito il mio diritto di indicare, nella lista prescelta, le due persone che ritengo più meritevoli, che si tratti di due donne, di due uomini, o di un uomo e una donna. Se una legge limitasse le mie possibilità di scelta e io non potessi esprimere la preferenza per le due persone che ritengo più meritevoli, perché del medesimo sesso, rinuncerei ad esprimere la seconda preferenza, per non avvantaggiare un/a candidato/a che non rientra tra i/le miei/mie preferiti/e rispetto alla persona alla quale vorrei, senza poterlo fare, assegnare la mia seconda preferenza.

La settimana scorsa, a pronunciarsi contro la doppia preferenza di genere non è stata solo la maggioranza dei membri del Consiglio delle Autonomie, ma – in quel contesto – anche due autorevoli donne del nostro panorama amministrativo, Enrica Rigotti e Monica Mattevi – Sindaci (o Sindache, ma a me suona malissimo), rispettivamente, di Isera e di Stenico, le quali hanno così rappresentato le molte donne che non accettano di dovere essere relegate in una “riserva indiana” per arrivare a ricoprire importanti responsabilità istituzionali. Ne conosco diverse e, avendo parlato con loro, sono ancor più convinto che riconoscere alle donne pari dignità significa metterle in condizione di competere sul piano elettorale, non pensare di predeterminare in quale numero esse debbano essere elette. Se, in nome delle “pari opportunità”, riduciamo le opportunità di scelta dell’elettore, c’è qualcosa che non torna.

Il problema dell’accesso femminile a cariche e incarichi negli ambiti delle istituzioni, della politica, dell’economia non deve essere preso per la coda, con la doppia preferenza di genere, ma affrontato di petto, attraverso il rafforzamento e l’innovazione degli strumenti che consentano alle donne di conciliare cura della famiglia con prospettive di lavoro e di carriera. Mi riferisco allo sviluppo dei servizi di conciliazione esistenti, all’implementazione di nuovi servizi in tale ambito, a nuove modalità organizzative del lavoro, a una maggiore disponibilità di occupazioni part-time, a specifiche valorizzazioni dei rapporti di vicinato. Le molte donne che rifiutano l’idea di affermarsi in forza di una legge, ma desiderano far valere le proprie capacità, conoscenze e competenze, ci rimandano al significato più vero di “pari opportunità”: creare le condizioni perché tutti giochino alla pari e perché poi chi deve scegliere possa farlo liberamente. La doppia preferenza di genere è una scorciatoia, illiberale in via preliminare e inefficace in prospettiva, umiliante per tutte quelle donne – e sono tante – che hanno i numeri per farcela senza aiutini di corto respiro.

Claudio Cia – Consigliere provinciale

P.S. Un invito, ironico ma non troppo, alle sostenitrici della doppia preferenza di genere. Poiché il disegno di legge “antiomofobia”, di cui sono sostenitrici, individua 8 diverse identità di genere, promuovano non 2, bensì 8 preferenze di genere. Mi pare una questione di coerenza…

L’articolo sul quotidiano “l’Adige” del 28 febbraio 2015:

Niente doppia preferenza di genere

Esito dell'iniziativa

 

Lettera sulla “doppia preferenza di genere” inviata ai quotidiani locali.

 

 

 

1 Commento

  1. Purtroppo, stando ad un articolo pubblicato su un autorevole quotidiano, i dati confermano che assai raramente le donne in Italia vengono chiamate in prima persona a guidare una Regione, una Provincia o un Comune capoluogo, figuriamoci a ricoprire ben più alte cariche.
    A livello mondiale la rappresentanza femminile è al 68% nei paesi come Ruanda, al 50% in Andorra e al 49% a Cuba.
    A livello europeo, al primo posto per presenza di donne nei governi c’è la Svezia (dove peraltro, col 54,1%, la parità non viene neanche rispettata perché le donne sono più degli uomini: 13 su 24 componenti totali).
    E in Italia?
    Allo stato attuale si sono fatti dei passi avanti, ma rimane comunque che l’80% degli incarichi istituzionali è ancora ricoperto dagli uomini.
    E’ assodato che la donna potrebbe tranquillamente occuparsi di politica o ricoprire ruoli di prestigio.
    Perchè non lo fa?
    E’ il suo ruolo primario e unico che ricopre nella conduzione della famiglia che glielo impedisce.
    E perché unico?
    Perché è tale. L’uomo nella figura di padre/marito è ancora poco presente nella famiglia.
    Il lavoro, l’educazione dei figli e l’ottemperare a tutto ciò che comporta il normale menage familiare, troppo spesso ricade sulla donna.
    Avrei molto altro di cui parlare ma mi limito a dire che finché non ci sarà la “vera” parità di ruoli, è meglio non prenderci in giro.

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