Ideologia gender: le scuole non diventino campi di rieducazione

Il Disegno di legge contro l’omofobia (cfr. art. 5) prevede la “promozione della cultura di genere” e intende tra l’altro sostenere “azioni di sensibilizzazione riguardanti il pluralismo dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, con particolare riguardo all’affettività e alla sessualità”.

I trentini sanno, sono stati preventivamente informati su ciò che è l’identità di genere, la sua portata, le sue conseguenza, con quali azioni concrete verrà promossa e attuata nelle scuole?

Una qualche sommaria indicazione ci viene dall’art. 2 lett. “a” dello stesso DDL che la definisce come la percezione di sé come maschio o come femmina o in una condizione non definita. Ciò significa – attenti! Perché questo verrà detto, insegnato e fatto sperimentare ai nostri figli – che si sarebbe uomini e donne non perché nati con determinati caratteri biologici che determinano un corpo femminile o un corpo maschile, ma solo se ci si riconosce come tali. La differenza fra uomo e donna non sarebbe ontologica, non risiederebbe nella natura, ma sarebbe esclusivamente il frutto di stereotipi culturali imposti ai bambini, senza dei quali il genere umano sarebbe fatto di persone uguali. Maschi e femmine sarebbero nel loro intimo semplicemente persone, indistinte ed asessuate, che si trovano ospiti o in un involucro maschile o in uno femminile, ma che sono “costrette” dalla cultura diffusa a identificarsi in base ai ruoli che sono considerati tipici del proprio sesso biologico.

La teoria Gender perciò mira a spingere la società a superare tali pregiudizievoli «stereotipi», giungendo a riconoscere come diritto umano fondamentale la libertà dell’individuo di “scegliersi” da sé il proprio genere. La conseguenza? Semplice: abbattere gli stereotipi culturali (tradotto: la differenza maschio femmina) e far sperimentare ai bambini tutte le possibili identità affinché sin da 0 anni siano “liberi” di scegliere cosa essere (maschio, femmina o “una condizione non definita”: bisessuale, queer, cis, fluido, neutro, etc…) (cfr. Art. 2 lett. “a” DDL; Standard per l’Educazione Sessuale in Europa dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS e BZgA). Questo è il progresso!

Come si realizza? Dicendo ai bambini: guardate che non siete maschietti o femminucce ma dovete decidere voi cosa essere. Concretamente i maschietti vengono messi a giocare con le bambole e le femminucce con le costruzioni o altro. In alcuni casi i maschietti vengono anche vestiti e truccati da femminucce e viceversa (cfr. Strategia Nazionale per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere dell’UNAR). D’altra parte bisogna introdurli all’identità di genere!!!

Ci sono poi anche le fiabe che stanno dilagando rispondendo al medesimo diktat: “Introdurre bibliografie sulle tematiche LGBT” (Lesbiche Gay Bisessuali Transessuali) (cfr. Strategia nazionale cit.). È questo quello che vogliamo per i nostri figli?

Inoltre, l’omofobia deve essere chiaramente ed esattamente determinata a livello normativo. Non possiamo invitare il cittadino a leggere veramente Wikipedia per conoscere le conseguenze delle proprie azioni. Non stiamo scherzando: a livello nazionale si parla di sanzioni penali con tanto di reclusione fino a 1 anno e 6 mesi se quello che diciamo può venire inteso da qualche giudice come “omofobo”.

La legge sull’omofobia inoltre non serve a tutelare la persona omosessuale o transessuale che ha già a disposizione tutti gli strumenti che l’ordinamento giuridico mette a disposizione di qualsiasi cittadino. È la Costituzione a dirlo che all’art. 3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di condizioni personali…”. Pertanto se un omosessuale è insultato ha la stessa tutela che se venisse insultato ognuno di noi. Ugualmente se subisse un’aggressione. Perché disporre una tutela diversa?

E l’omofobia: chi lo dice che vi è una emergenza omofobica? Non possiamo certo fermarci alle strumentalizzazioni ideologiche, ma ci si impone di interrogare dati certi, oggettivi: i numeri e gli studi. Cosa dicono? Contrariamente a quanto una certa campagna di mistificazione mediatica cerca di far credere, i dati depongono tutti univocamente nella stessa direzione: non c’è nessuna omofobia in Italia! (cfr. “The Global Divide on Homosexuality” Washington giugno 2013; “Scenari di un’Italia che cambia”, SWG – Trieste, Giugno 2013; “La popolazione omosessuale in Italia”, Studio ufficiale dell’Istat 2012; i dati forniti dallo stesso UNAR “Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali” nel documento “Strategia nazionale per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”; i dati forniti dal Governo italiano nel dicembre 2013 attraverso l’OSCAD “Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori”).

Le emergenze pertanto sono altre, ad esempio la violenza sulle donne che conta ogni anno migliaia di casi. Questa sì è un’emergenza come la crisi economica che stiamo attraversando, la quale non ha certo bisogno di ulteriori somme stanziate per qualcosa che realmente non serve ma si presenta con i caratteri dell’ideologia.

Lo stesso Papa Francesco il mese scorso ha parlato a proposito del gender nelle scuole di colonizzazione ideologica e già nell’aprile 2014 aveva affermato che «i bambini hanno il diritto di crescere in una famiglia, con un papà e una mamma, capaci di creare un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva». Occorre «sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli». «Qualche volta oggi» ha detto Papa Francesco, non si capisce se «si mandi un bambino a scuola o in un campo di rieducazione».

Alle parole del Papa fanno eco quelle del MIUR Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Sì perché lo stesso Ministero ha affermato che attraverso la lotta alla discriminazione nelle scuole si sta cercando di veicolare e far passare “altro”, che ogni qual volta sia interessata l’educazione sono da coinvolgere i genitori, che questi ultimi hanno il diritto-dovere di educare i propri figli e devono sapere che cosa entra nelle loro classi, che la scuola non può imporre una sua visione, a maggior ragione se orientata in senso ideologico e unilaterale, come fanno i famosi libretti dell’Unar.

Il Ministero inoltre ha inoltre lodato l’azione concreta di quella mamma milanese che si è rifiutata di apporre la propria firma sul modulo che la indicava come “genitore 1” cancellando la scritta e aggiungendo “mamma”!
Contro l’ideologia – afferma ancora il Ministero – serve una presa di posizione personale. Infine il Ministero invita tutti, sia credenti che non credenti, a meditare le parole di Papa Francesco che chiede di sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli e che manifesta il suo rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con bambini e giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio. Sono parole – conclude il Ministero – che vanno meditate con attenzione, laicamente, da parte di tutti.

Associazione Fassalux

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